Nella nostra guida di base su ESG abbiamo visto come un’azienda è sostenibile quando non persegue solo il profitto economico ma è anche attenta all’ambiente, al benessere sociale e a una gestione che sia giusta e orientata sul lungo periodo. La finanza sostenibile è, quindi, una finanza che orienta i propri investimenti verso queste aziende che dimostrano di impegnarsi e raggiungere risultati concreti nella sostenibilità ESG.
I risparmiatori preferiscono davvero le aziende sostenibili?
I consumatori sono sempre più attenti alla sostenibilità, non solo ambientale, delle aziende. Se possono preferiscono prodotti che inquinano meno o rispettano i diritti dei lavoratori e delle donne. Allo stesso modo, quando si tratta di investire i propri risparmi, tendono a preferire aziende che dimostrano la stessa sensibilità nei confronti di questi temi.
I risparmiatori possono “premiare” la sostenibilità aziendale in due modi:
- Investendo in aziende sostenibili in ottica ESG;
- Rifiutando di investire i propri risparmi in aziende non ESG.
Nel primo caso chiederanno ai loro referenti in banca di indirizzare il risparmio verso aziende più virtuose; nel secondo, di non dare soldi ad aziende che inquinano, non rispettano i diritti dei lavoratori o commerciano in armi e così via.

La finanza verde
La “finanza verde” è una parte della finanza sostenibile che si concentra soprattutto sull’elemento ambientale delle ESG. In questo caso gli investitori orientano i loro soldi verso le aziende che operano per ridurre l’inquinamento, consumare meno risorse, tutelare l’ambiente e contrastare il riscaldamento globale.
Per assurdo, potrebbe attirare finanziamenti verdi un’azienda che è molto attenta all’ambiente ma poco ai diritti dei lavoratori. Questo perché la finanza verde si concentra solo sulla E di ESG tralasciando in tutto o in parte la S e la G.

Il ruolo di fondi, banche e investitori nella finanza ESG
Fino a qualche anno fa, investire in ESG era una scelta individuale e i gestori di fondi non avevano alcun obbligo di comunicare ai risparmiatori se i loro soldi sarebbero finiti o meno in aziende ESG.
Tutto è cambiato con l’entrata in vigore nel 2021 del Regolamento Ue SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation). Oggi, tutti gli operatori del risparmio sono chiamati a informare gli investitori in modo dettagliato in merito all’impatto ESG dei loro investimenti. Nel momento della scelta, quindi, i risparmiatori possono preferire aziende virtuose rispetto a quelle che non lo sono.

600 miliardi investiti in Europa: sempre più risparmiatori scelgono aziende ESG
Secondo uno studio della CONSOB (Commissione nazionale per le società e la borsa) i fondi di investimento sostenibili nel mondo sono cresciuti da 1.400 miliardi di dollari nel 2018 a 3.400 miliardi circa a fine 2023, di cui oltre l’80% riferibile a fondi europei. In Europa, le emissioni di obbligazioni ESG sono passate da meno di 100 miliardi di euro nel 2018 a oltre 600 miliardi nel 2023.
Investire in ESG conviene? Sì, sempre
Il luogo comune vuole che un’azienda che investe nel miglioramento ESG renda meno di una che non ha questi vincoli. In realtà i numeri dicono altro: secondo lo stesso studio di CONSOB che ha analizzato oltre 850 società europee e statunitensi su un arco temporale di 15 anni, i tre pilastri E, S e G sono associati positivamente alla crescita aziendale. La lettera E incide in modo più netto, ma anche i pilastri S e G sono associati positivamente alle performance reddituali.
In realtà sono decine gli studi nel mondo che confermano la correlazione tra ESG e crescita aziendale. Tutte le aziende che migliorano il proprio rating ESG migliorano anche i propri risultati economici.

Citiamo solo come esempio la ricerca di Kroll, società leader nella soluzioni dedicate alla gestione del rischio e alla consulenza finanziaria. Secondo questo studio, condotto su 13.000 aziende nel mondo, “le aziende europee con rating ESG elevati hanno ottenuto un rendimento medio annuo del 10%, rispetto a una media del 7% per le società con rating inferiori. A livello globale, le aziende leader nei rating ESG hanno ottenuto un rendimento annuo medio del 12,9%, rispetto all’8,6% ottenuto dalle società con rating inferiori”.
Nel breve periodo costa, nel lungo periodo rende
Noi di Sostenia facciamo della verità e della chiarezza il nostro standard, quindi i dati e la sincerità ci obbligano a dire che nel breve periodo investire in ESG è soprattutto un costo. Richiede impegno, risorse, sforzi che non hanno un impatto immediato.
Ma nel medio e lungo periodo questi sforzi ripagano attirando più investimenti e mettendo il segno + davanti a tutti i parametri vitali di un’azienda. Sappiamo che non è semplice ma non c’è altra strada: iniziare a guardare ESG come un’opportunità e non come un costo è l’unica strada percorribile.
I rating ESG e la finanza sostenibile
Come fanno gli investitori a sapere se, realmente, un’azienda è sostenibile? Esistono diversi strumenti che “misurano” la sostenibilità ESG: le certificazioni in ottica ESG, i report di sostenibilità e i rating ESG rilasciati da società specializzate. Per saperne di più sulla differenza tra questi tre elementi, leggi il nostro articolo Rating, Certificazioni e Report di sostenibilità.

Di questi tre indici di sostenibilità, la finanza si concentra soprattutto sul rating di sostenibilità. Come spieghiamo in questo articolo, è un valore numerico o una lettera che certifica quanto un’azienda sia sostenibile. Sono rilasciati da società specializzate e permettono di farsi un giudizio veloce su quanto sia “sostenibile” investire in una determinata azienda.
Le PMI italiane e la finanza sostenibile: come non restarne fuori
Come abbiamo già scritto in altri articoli sulle opportunità ESG, anche se le PMI italiane non hanno ancora nessun obbligo ESG devono comunque pensarci e investire ora. Anche se questi criteri sono percepiti come un costo immediato, risparmiatori e investitori non la pensano così.
I primi sono sempre più attenti e sensibili ai temi ESG e quando un investitore li mette davanti alla scelta di guadagnare di più con un’azienda che è anche sostenibile, la scelta è semplice. Anche se nel breve periodo la probabilità di vedere i costi vincere sui ricavi, nel lungo periodo non c’è scampo. Si tratta di una tendenza in crescita, che per obbligo di legge o per scelta dei consumatori, crescerà diventando inevitabile.
Arriverà presto il giorno in cui un imprenditore italiano andrà in banca a chiedere un prestito e il funzionario dirà “mi dispiace, per la sua azienda l’interesse è più elevato perché non siete sostenibili. Non possiamo dare soldi a chi non ha uno standard ESG minimo“.
Quindi, meglio prepararsi in tempo.


