Come abbiamo già scritto in altri articoli, le PMI italiane al momento hanno pochi obblighi legati alla sostenibilità ESG. Il miglioramento dei propri parametri ambientali, sociali e di governance è più che altro volontario, tranne per le PMI quotate o molto grandi che hanno obblighi di rendicontazione.
Ovviamente ci sono diversi buoni motivi per cui una PMI dovrebbe iniziare un percorso di sostenibilità, soprattutto per la crescente sensibilità dei consumatori rispetto a questo tema.
Ma c’è un motivo ugualmente importante, che di fatto obbliga anche le piccole e medie aziende a essere sostenibili: la partecipazione a filiere in cui la sostenibilità diventa un pre-requisito obbligatorio per entrare e restare nella catena di produzione e distribuzione.
Filiera sostenibile: cosa significa e perché è così importante
Una filiera produttiva è l’insieme delle attività necessarie per portare un prodotto al consumatore. Nel caso dell’agricoltura, per esempio, la filiera include il contadino, l’allevatore, il trasportatore del latte, il distributore, il negozio finale.
Una filiera è sostenibile quando tutti i soggetti impegnati rispettano dei principi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica.
Spesso, per indicare una filiera produttiva, si usa la traduzione inglese di “supply chain” che nel caso di quelle sostenibili diventa “sustainable supply chain”.
Quando una filiera è davvero sostenibile?
In ottica ESG, una filiera può dirsi sostenibile quando lavora su tutte e tre gli aspetti (ambientale, sociale e di governance) non limitandosi semplicemente a ridurre l’impatto ambientale.
Ecco alcuni principi che una filiera sostenibile dovrebbe integrare:
- Ambientale: uso di energie rinnovabili, riduzione dei gas serra e dell’impronta di carbonio, riduzione dei rifiuti, uso di materiali riciclati o a basso impatto ambientale.
- Sociale: rispetto dei lavoratori, sicurezza, inclusione sociale, rispetto delle diversità, sostegno alle comunità locali.
- Economico: efficienza operativa, resilienza dagli eventi esterni crisi climatiche o economiche, anticorruzione.
Per saperne di più su questi parametri, leggi la nostra guida di base su Cosa significa ESG.
Perché le aziende partecipano alle filiere?
I vantaggi per le PMI di appartenere a una o più filiere produttive sono ormai conosciuti da tempo. In generale, appartenere a una filiera produttiva offre l’opportunità di collaborare e creare sinergie con altri attori del mercato, migliorando la competitività, l’efficienza e la capacità di innovare.
Sul lungo periodo significa poter accedere a commesse fuori dalla portata di una PMI, ridurre i costi, innovare, aumentare la qualità, ridurre i rischi di essere tagliati fuori dai mercati che contano.

Perché le PMI di una filiera sono “obbligate” a essere sostenibili?
Abbiamo detto che quasi tutte le PMI italiane non quotate hanno pochissimi obblighi in ottica ESG. Ma cosa succede quando sono inserite in filiere in cui le altre aziende hanno degli obblighi in questo senso? Di fatto anche una piccola azienda, per non essere tagliata fuori dalla filiera deve essere sostenibile. Quindi non un obbligo normativo ma quasi.
Prendiamo la direttiva la CSRD o Corporate Sustainability Reporting Directive, la Direttiva dell’Unione Europea sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale.
Secondo questa nuova direttiva dal 1° gennaio 2025 (con primo report nel 2026) la Rendicontazione ESG è obbligatoria per le grandi imprese che abbiano superato almeno due di questi criteri: più di 250 dipendenti, 40 milioni di euro di fatturato e 20 milioni di euro di attività totali.
Questo ha portato il numero di aziende italiane obbligate da poche centinaia a circa 7.000. In questo articolo abbiamo spiegato come nei prossimi anni questo obbligo si estenderà a molte altre aziende e porterà il reporting della sostenibilità a un livello superiore e a nuovi standard.
Cosa accade se una PMI non sostenibile è inserita in una filiera in cui gli altri soggetti sono sottoposti alla direttiva CSRD? Nel giro di poco tempo si ritroverebbe davanti a un bivio: adeguarsi e rispondere agli obblighi informativi della rendicontazione, certificarsi o uscire dalla catena delle forniture.
Non solo obblighi: la grande opportunità per le PMI italiane
Sembrerebbe che la CSRD sia un ennesimo tranello burocratico e organizzativo a cui adeguarsi, senza troppa convinzione. In realtà, si tratta di una grande opportunità di business per le aziende italiane più virtuose.
Essendo obbligate alla rendicontazione di tutta la filiera, le grandi imprese mondiali potrebbero sostituire i fornitori esteri low cost che sfruttano i lavoratori e inquinano con con aziende italiane virtuose e certificate.
Filiera di sostenibilità: un esempio pratico
Prendiamo la più grande azienda alimentare italiana, Barilla, sottoposta agli obblighi di rendicontazione di sostenibilità. Ecco come sul proprio sito illustra l’impegno nella sostenibilità della filiera.

Le 8.500 aziende agricole che forniscono a Barilla Group le materie prime per la produzione, sono coinvolte in progetti di sostenibilità in modo da tenere tutta la filiera negli standard richiesti e voluti da Barilla. Barilla ha l’obbligo di rendicontare come la propria attività impatta sulla sostenibilità, quindi si rifornisce da produttori anch’essi sostenibili, non importa che sia un grande fornitore o un piccolissimo produttore.
Sostenibilità ESG: un’opportunità sempre più grande
Noi di Sostenia ripetiamo spesso che la sostenibilità può essere vista da due punti di vista: quello degli obblighi, come un ennesimo vincolo da rispettare e come un’opportunità per cambiare, evolversi e guardare al futuro.
Al di là di come un singolo imprenditore vede la sostenibilità ESG, quello che è certo è che influenzerà la vita delle PMI (anche piccolissime) sempre più.
Per entrare nelle filiere, per l’accesso al credito, per convincere i consumatori e così via.
Non è ormai una scelta ma un obbligo che se opportunamente sfruttato, si apre ad immense possibilità. Se vuoi saperne di più, leggi il nostro articolo sui 10 motivi per iniziare una strategia ESG.


